Domenica si corre il GP d’Ungheria. Ormai il tracciato magiaro è ospite fisso del campionato del mondo di F1 dal 1986, quando il genio di Bernie Ecclestone decise di portare il Circus mondiale oltre la cortina di ferro in territorio comunista. Durante una ricerca fotografica mi è capitato di trovare la foto che vedete qui. Purtroppo online non ho trovato riferimenti su chi sia l’autore. Siamo nel 1988. Senna al volante della sua McLaren Mp4/4 turbo Honda, passa davanti ad una “improvvisata” pace car, che è ben lontana dall’attuale safety car, e per prestazione, e per forme. Questa foto ha un che di attrattivo in chi scrive queste righe. Non lo nego a voi lettori. E vi spiego perché. Non è solo perché si vede tutto il pilota esposto nell’atto del suo lavoro, il guidare. Oggi i piloti non si vedono praticamente più. Potrebbero essere alla guida della vettura tramite telecinesi che nessuno ci farebbe caso. Ma è attrattiva perché c’è una netta dicotomia tra una F1 dell’epoca, massima espressione del motorsport, e una macchina stradale di tutti i giorni. Tra una monoposto che chiaramente ti fa capire che solo pochi al mondo possono guidarla e domarla, e una pace car che tutto è tranne, che spaziale… Come lo era la bianco-rossa vettura del brasiliano di San Paolo.
Oggi guidare una monoposto resta un esercizio che solo pochissimi privilegiati piloti al mondo possono permettersi, per capacità e fisicità, però il passatista che è in me e che vede questa foto, pensa anche che la dicotomia tra monoposto e auto stradale si sia via via un poco perduta negli anni. Vuoi per l’elettronica, per prestazioni, per assistenza alla guida o per le possibilità che ci sono di simulare quello che il pilota fa in pista anche da casa, ma sembra essersi persa quella frattura mentale che c’era una volta e che ti portava a vedere i piloti come superuomini. Non che oggi non lo siano sia chiaro. Anzi, gli attuali driver hanno anche molte più funzioni da gestire nell’abitacolo curva dopo curva dopo curva, ma la troppa elettronica, e la troppa sicurezza (necessaria senza ombra di dubbio alcuno), ha incrinato quella cortina di ferro impenetrabile che c’era in passato tra pilota e appassionato. Guardate e riguardate la foto. Non sembra anche a voi?
Riccardo Turcato




