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Come diventare piloti di F1

di Barbara Premoli
9 Settembre 2018
Tempo di lettura: 8 minuti
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Fernando Alonso, Michael Schumacher, Sebastian Vettel, Lewis Hamilton, Kimi Raikkonen sono solo alcuni dei piloti di F1 più vincenti e famosi al mondo, seguiti da tutti gli appassionati dei motori e considerati dei veri e propri idoli. Ognuno di questi piloti è arrivato al successo non senza sacrifici, ore e ore di guida al comando di auto di scuderie diverse, su piste dislocate in ogni angolo del globo rischiando la vita a folli velocità. Diventare un mito delle quattro ruote non è semplice. Ci vuole talento, ma anche tanta fortuna…

start gbNon c’è dubbio. La F1 è il campionato più desiderato al mondo dai piloti, anche più della MotoGP. Se sulla difficoltà possono esserci dei dubbi, visto che in ogni parte del mondo si corrono campionati minori molto duri e faticosi, sulla bellezza, visibilità e celebrità che è in grado di offrire c’è poco da obiettare. Le più grandi aziende fanno a gara per esporsi durante i Gran Premi e diventare sponsor ufficiali del circuito o fornitori dei vari team, come Pirelli per i pneumatici. Gli stessi responsabili dei tracciati fanno a sportellate per rinnovare ogni tot di anni il contratto con la FIA e prima Bernie Ecclestone e ora Liberty Media, mentre i piloti giovani ed emergenti, a parte possedere un talento fuori dal normale, non possono che sperare di avere un’opportunità da una scuderia minore per dimostrare il proprio valore con una vettura spesso poco prestante. Impossibile? Diciamo che è difficile, ma non impossibile. Vediamo come è stato possibile per molti piloti di F1, oggi famosi, realizzare il proprio sogno e cosa fare per sperare, un giorno, di correre avvincenti gare sui circuiti più importanti della storia (Monza, Maranello, Montecarlo, Indianapolis USA) e ottenere una vittoria sulla monoposto dei propri sogni.

Non basta solo il talento…

13792_03Il passo più “normale” per diventare pilota di F1 è fare una lunga gavetta, la miglior scuola per imparare più cose possibili. Naturalmente si tratta anche della modalità più faticosa e, spesso, non garantisce il successo. Fare gavetta nel mondo automobilistico, in pratica, significa correre, dopo l’esperienza dei kart (Alonso, ad esempio, aveva solo 3 anni quando iniziò a gareggiare con i go kart), nelle cosiddette “formule addestrative”, come la F3, la GP3, la GP2, GT (fino al 2009) la Formula 2, la Formula 3, la Indycar o la World Series by Renault. Tra queste, pare sia più facile emergere dalla Formula 3 e dalla GP2. Kimi Raikkonen è stato uno dei pochi a far valere meglio il proprio talento e a disputare la prima gara in Formula 1 dopo aver gareggiato in F3 europea a soli 22 anni e avendo disputato solo 23 gare ufficiali. Altri, come Lewis Hamilton e Nico Rosberg (per lui ritiro dopo aver vinto il suo primo mondiale), sono passati in F1 solo dopo aver vinto in GP2.

Rispetto ad alcuni anni fa la carriera di un pilota di Formula 1 può iniziare in qualunque momento. Basta un po’ di fortuna e si viene selezionati dai talent scout in giro per il mondo senza troppi problemi. Le scuderie hanno, oggigiorno, anche dei “programmi giovani” in cui fanno crescere i propri talenti. La Red Bull è pioniera in questo settore, ma anche Renault e Mercedes sono all’avanguardia, per non parlare della Ferrari con la FDA. Robert Kubica, Scott Speed, Tonio Liuzzi, e Anthony Davidson sono gli esempi più noti della bontà di questi progetti, così come Lewis Hamilton.

13791_02Proprio il caso di Lewis Hamilton è esemplare: fu messo sotto contratto dal team McLaren già ai tempi dell’esperienza sui go kart (ben prima di prendere la patente!) e traghettato in una corsia preferenziale verso le gare di Formula 1. Visti i risultati, i talent scout ci hanno visto lungo (Hamilton scrisse il suo nome sull’albo d’oro del mondiale piloti nel 2008, uno dei più giovani a vincere il titolo), ma in passato la situazione era ben diversa. C’era un percorso obbligato per approdare in Formula 1, fatto di tante gare sui kart, poi sulle Formule “propedeutiche”, Formula 3 e Formula 2 (diventata poi Formula 3000). Tuttavia si trattava di un percorso da cui era arduo districarsi, ci si orientava molto male e scegliere una scuderia che potesse portare al successo era esasperante.

I “pendolari” del volante salgono e scendono tra le varie categorie in modo disarmante. Cercano di ottenere un minimo di fama partecipando a gare di lunga durata, come quelle del Campionato del Mondo Endurance. Non c’è certezza alcuna e quando sembra di essere vicini al traguardo ci si trova l’anno dopo a dover risalire la china e viceversa. C’è un aspetto, durante gli anni della gavetta, che va preso in considerazione per affrontare con più serenità la scalata alla F1: il budget a disposizione. Sì, i soldi contano, forse anche più del talento. Sostenere le spese, le attrezzature, gli spostamenti, non è semplice per i team, e chi ha a disposizione più risorse economiche ha spesso la meglio. L’ex campione del mondo tedesco Michael Schumacher, ad esempio, venne finanziato da un imprenditore del suo Paese dopo che quest’ultimo lo vide all’opera e capì di avere a che fare con un talentuoso pilota dal futuro assicurato. Kimi Raikkonen invece, fu aiutato da uno zio imprenditore.

Tester, padri famosi e giusta nazionalità

giovinazziLa gavetta è importante, ma spesso a fare la differenza insieme al talento sono anche altri fattori, che sembrano di minore importanza ma che svolgono un ruolo essenziale per la consacrazione a pilota di F1. Ad esempio, essere della giusta nazionalità in determinati periodi storici è importantissimo. In epoca attuale, con le crescenti economie dell’Asia a farla da padrone, gli sponsor e gli organizzatori dei Gran Premi cercano piloti cinesi, coreani, indiani. Ci sono poi alcune case automobilistiche che prediligono specifiche nazionalità, e la storia insegna: la McLaren ha sempre avuto una passione per i finlandesi (Hakkinen, Raikkonen e Kovalainen) e i britannici, la BMW per i tedeschi, la Honda e la Toyota per i giapponesi. Per gli italiani, a parte la parentesi alla Renault di Fisichella e Trulli (grazie a Briatore), non c’è mai stato tanto spazio. La speranza attuale è Antonio Giovinazzi, ingaggiato dalla Ferrari nel 2017 come terzo pilota.

A volte la strada per diventare pilota di F1 è imprevedibile e basta un colpo di fortuna per sbloccare la situazione. Questo è capitato ad alcuni piloti che, ingaggiati come tester per le monoposto principali, si sono ritrovati piloti titolari dopo qualche anno di sole prove su pista e corse “finte” sul programma del simulatore. Felipe Massa, ad esempio, fu assunto in Ferrari nel 2003 come collaudatore e nel 2006 fu “promosso” a pilota titolare. Altri esempi sono Pedro de La Rosa, Alex Wurz e Christian Klien. Anche essere al posto giusto al momento giusto non guasta mai per diventare un pilota affermato in F1. Un giovane Sebastian Vettel, attuale pilota Ferrari, fece il suo debutto in Formula 1 “approfittando” di un incidente del suo pilota titolare Kubica nel Gran Premio del Canada. In BMW, la sua squadra, decisero di rischiare e affidargli la gara. Il tedesco non si fece intimorire e fece una gara mostruosa, andando molto veloce e terminando con la conquista di punti per il mondiale. Aveva colpito nel segno. La Red Bull riuscì a conquistarne le prestazioni e lo strappò alla BMW. Il resto della sua carriera è storia.

jos e max verstappenE avere un padre famoso nel mondo delle competizioni automobilistiche aiuta? Spesso, ma non sempre. Piquet, Nakajima, Verstappen e Rosberg sono esempi di piloti che hanno sfruttato il talento ereditato, le buone condizioni economiche e, naturalmente, il proprio cognome per farsi largo tra le difficoltà. In altri casi però, vedi i figli di Alain Prost e Niki Lauda, il cognome importante non ha portato vittorie. Avere amici nei saloni che contano è sempre molto utile, anche quando si vuole diventare piloti affermati. Nel caso di Takuma Sato, Kazuki Nakajima e Felipe Massa, gli stretti rapporti con i motoristi di Honda, Toyota e Ferrari hanno garantito un sedile importante con le scuderie Jordan, Williams e Sauber. Davvero niente male.

Il prontuario del perfetto pilota

Come visto finora, per diventare un pilota di F1 in grado di primeggiare in classifica e coronare il sogno di vincere magari uno o più campionati mondiali il solo talento spesso non basta. A differenza di altri sport, in cui impegno, dedizione e passione permettono di migliorare continuamente le proprie performanze e diventare un atleta sempre migliore, nel mondo delle corse e della F1 in particolare, è necessario anche trovarsi al posto giusto, nel momento giusto e con le conoscenze giuste. Anche la fortuna gioca un ruolo non indifferente. Tra sponsor, raccomandazioni e talent scout la competizione è spesso spietata e finisce per premiare chi ha il maggior numero di frecce al proprio arco. Dei tanti appassionati di motori, giovani e meno giovani, che sognano di poter vivere un’esperienza speciale e provare emozioni uniche alla guida di una monoposto di F1, sono veramente pochi quelli che arrivano ad avere la loro grande occasione.

S. Stohr – 1Spesso il mondo della F1 non è così roseo come appare davanti agli schermi di un televisore. Sono tante le testimonianze di piloti che, una volta arrivati in vetta, hanno deciso di rinunciarvi una volta resosi conto delle tante zone grigie di questo mondo dorato. Come Siegfried Stohr che oggi è autore di libri che raccontano il mondo delle corse e della F1 e tiene dei corsi di formazione e preparazione al circuito di Misano Adriatico per aiutare le nuove generazioni di piloti a rendersi conto di cosa effettivamente comporti essere un pilota. Se il mondo della F1 è difficilmente raggiungibile ci sono comunque altre possibilità per un appassionato di motori di mettere alla prova le proprie abilità al volante e affrontare test e sfide intense e ricche di fascino. Solo in Italia si svolgono infatti annualmente oltre 1000 gare, dai rally alle corse su ghiaccio, tra cui scegliere in base ai propri gusti e alle proprie disponibilità economiche.

Regolamenti e licenze

La partecipazione a livello agonistico alle corse automobilistiche è disciplinata in Europa da una serie di norme di carattere generale, a cui vengono affiancate una normativa nazionale e regolamenti federali che fanno capo alle varie federazioni internazionali. Per diventare un pilota è necessario essere in possesso di una licenza Aci Sport ufficiale, una patente sportiva che abilita i piloti a partecipare alle corse e che può essere rilasciata su richiesta da ogni Automobile Club provinciale. Per ottenere la licenza è necessario frequentare appositi corsi di formazione (che non richiedono il superamento di una prova finale), presentare un certificato che attesti l’idoneità all’attività agonistica e pagare la quota prevista per il rilascio della licenza desiderata. Esistono diversi tipi di licenze che danno diritto a partecipare a diverse tipologie di manifestazioni sportive. A seconda della licenza scelta il costo può variare da un un importo minimo che si aggira intorno ai 70 euro a un importo massimo che supera i 300 euro.

Vale la pena diventare piloti?

nuvolariCelebrità, fama, successo, possibilità di viaggiare in tutto il mondo e di guidare le vetture da corsa più veloci esistenti sono tutti vantaggi che un pilota di F1 ha, ma conviene a livello economico? Sicuramente. L’automobilismo è uno dei motorsport più ricchi, che paga benissimo i propri protagonisti anche per via dei rischi che corrono girando in pista a più di 300 km/h. Sin dagli anni 30 i piloti erano milionari. Lo testimoniano miti come Tazio Nuvolari o Enzo Ferrari, due campioni senza tempo delle corse automobilistiche, celebri come i grandi attori del cinema. Oggi un pilota guadagna benissimo non solo perché bravo. Gli esperti di management di F1 dividono i driver in due gruppi: quelli che portano soldi e quelli che valgono soldi. I primi sono coloro che “finanziano” in un certo senso le squadre, solitamente i team minori, grazie al fatto di essere personalmente ricchi o grazie ai propri sponsor. I secondi sono quelli che conosciamo come campioni, sempre in vetta alle classifiche e ambiti dai top team come Ferrari, Mercedes e Red Bull. Gli stipendi sono molto alti: Hamilton aveva un ingaggio pari a 600mila dollari il primo anno alla McLaren, ma è bastata qualche gara vinta per far lievitare la somma a 25 milioni di dollari a stagione. Michael Schumacher ha raccolto nella sua lunga carriera qualcosa come mezzo miliardo di dollari, approfittando anche di sponsor importanti per integrare lo “stipendio”. Sì, conviene decisamente diventare piloti di F1!

www.pirelli.com

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