Scrivo d’istinto e con rabbia, che non passa da stamattina, quando ho saputo che due ragazzi di 22 e 24 anni sono morti questa notta a bordo della loro auto, nella città in cui vivo. Non ho dimenticato la foto, non l’ho messa di proposito, non serve colore per parlare di un dramma quotidiano che tocca principalmente i giovani. La sicurezza ha fatto passi da gigante, pensiamo a quando eravamo ragazzi noi nati negli anni 60. Le macchine era scatole di latta, senza tutti i sistemi di sicurezza di cui sono dotate quelle che guidiamo oggi. Eppure anche quelle scatole di latta facevano il loro dovere. Ne abbiamo avuta la prova in casa, con la Peugeot 304 azzurro cielo, che ha salvato la vita di mio fratello e dei suoi amici. Il punto è che adesso è cambiato tutto, in primis le velocità che è possibile raggiungere. E io mi chiedo da sempre perché, se la velocità massima consentita in autostrada è di 130 km/h (110 in caso di pioggia, per i neopatentati – primi 3 anni – 100 km/h), con molte auto “normali” e non supercar si possa arrivare almeno a 250 se non di più.
Mettere regole non basta, tutta la sicurezza del mondo non basta, a qualunque età se non siamo consapevoli dei limiti. Perché è insito nell’essere umano pensare che le cose succedano sempre agli altri, che noi siamo intoccabili, superiori. Ma se si autolimitasse la velocità delle auto non si metterebbe un ulteriore paletto ai rischi? Se io guido una Ferrari o una Lamborghini e non va oltre i 130 orari devo rispettare i limiti, per forza di cose. Tanta tecnologia intelligente, ne scriviamo ogni giorno. Ma anche tanti orpelli pericolosi, pulsanti, schermi, manettini, navigatori, vivavoce che distraggono e rappresentano un pericolo. Ricorderò sempre il corso organizzato da Ford Italia (Ford Driving Skills for Life) fatto nel 2014: alla guida l’istruttore mi chiese di scrivere un sms con un semplice “ciao”, pochi secondi e due birilli a terra. Fossero stati pedoni li avrei stesi. Da quel giorno non ho più risposto al telefono in auto, nemmeno in vivavoce.
La mobilità è stata rivoluzionata dall’obbligo delle cinture di sicurezza (che molti continuano a non mettere, specie sui sedili posteriori) e del casco: perché non studiare una tecnologia che autolimiti la velocità a seconda della strada che si percorre? La guida autonoma è dietro l’angolo, ma questo dispositivo sarebbe davvero rivoluzionario. Ho un peso sul cuore pensando a Emanuele e Michele, giovani, con una vita davanti, sicuramente felici. Adesso non conta sapere le dinamiche ed è sbagliato fare ipotesi: il punto è che quando sono usciti di strada sono finiti contro l’unico albero che c’era. E tutta la tecnologia sulla loro Audi RS3 non è bastata a salvarli. Prevenzione e corsi di guida veri, inclusi quelli di guida sicura, non quelli per prendere la patente che ti insegnano a parcheggiare (e sulle autoscuole ci sarebbe da aprire un altro capitolo, incluso il rinnovo della patente). Se vogliamo bene e ci vogliamo bene regaliamo e regaliamoci uno di questi corsi. Solleviamo quel maledetto piede dall’acceleratore e teniamo gli occhi sulla strada. Una preghiera per quei due ragazzi e per le loro famiglie. Una preghiera perché un ingegnere, una Casa, studi un dispositivo che metta un freno al delirio di onnipotenza di tutti noi, poveri esseri umani.
PS: sono sempre stata fissata con la sicurezza. Con gli anni peggioro. E mi arrabbio ancora di più.
Barbara Premoli




