Dato che possiamo ancora esprimere liberamente il nostro pensiero – nonostante qualcuno ci definisca infimi, sciacalli, pennivendoli e puttane, – dopo le qualifiche di ieri in Brasile mi è tornato in mente il mio GP, la mia prima volta a Interlagos, e non in un anno qualunque, il 2007.
Prima volta in Brasile e mi aspettavo di trovare tutti gli stereotipi di quel Paese: bambini che giocano a pallone per strada, sole, gente che balla… Niente, un freddo cane, pioggia, nebbia, manco un aspirante calciatore o una ballerina di samba a pagarli a peso d’oro. L’impatto con San Paolo pazzesco: cercate di immaginare la città più grande del mondo e moltiplicatela più che potete. Con una peculiarità: in qualunque metropoli la sera il traffico si placa, là vivi col rumore delle auto continuo. Ho passato notti sul balcone dell’hotel a guardare le strade illuminate a giorno, senza tregua. Ma la prima tappa, appena sbarcata dall’aereo e portate le borse in hotel, non poteva che essere a Morumbi, a cercare quell’albero e quella targa, per andare a salutarlo, con quella stella di Natale bianca…
Traffico e delinquenza: te la raccontano, poi ti ci trovi dentro. Credevo fosse una storia quella di dover passare in auto col semaforo rosso, perché se ti fermi sei fottuto. Era vero. Così come i colleghi che, arrivati, mi hanno fatto togliere anche gli orecchini finti “perché loro non lo sanno e prima ti staccano un lobo e poi se ne accorgono“. Uscire dal circuito ogni sera era un tuffo al cuore: dovevamo schiacciare sull’acceleratore e andare, come non ci fosse un domani, stile pilota all’ultimo giro per fare la pole. E non è facile, è contronatura non fermarsi al rosso e sapere che possono centrarti (ed è quasi successo, un collega ci ha messo un po’ a superare lo choc vedendo la mia macchina a 10 cm da un camion!).
Fu un GP speciale. Le tensioni terribili tra Alonso e Hamilton, la paura (il bigliettino dato a Fernando, conoscendolo l’ha conservato…), la gara, i festeggiamenti sotto quel podio, i coriandoli appiccicati addosso che ho conservato qui in uno scatolino, poi la suspence per la decisione FIA, le ore seduta su un cassone davanti al box Ferrari con Aldo Costa, in attesa tornasse Stefano Domenicali. Insomma, questa è cronaca.
Dopo la multa di ieri data a Vettel per il fattaccio del controllo peso, mi sono detta: 25.000 euro, un mare di soldi, tanti anche per noi fortunati, figuriamoci per i poveri del Brasile. E allora ho pensato che mai come quest’anno, a parte Lewis Hamilton con un post e la grafica del casco, il mondo della F1 sembra essersi dimenticato di Ayrton Senna. Avete notato che silenzio assordante? Ho pensato alla Fondazione, al suo amore per i bambini di strada, al suo desiderio di dar loro una vita migliore, dignitosa. E mi sono tornati alla mente i viaggi la mattina per arrivare al circuito, al primo quando ho visto che le favelas erano vere, terribili, incollate e praticamente parte dell’Autodromo. Ho rivisto dei tavolini improvvisati, con donne e ragazzi che vendevano fette di torta e caffè e a quando dissi al mio collega “Fermati che vado a fare colazione“. E lui “Tu sei matta, ti rapinano e se mangi quella roba prendi il colera“. Scesi dalla macchina, lui si blindò dentro e io feci colazione, parlando e ridendo con loro: il caffè era “ruspante”, la torta buonissima. Nessun mal di pancia, men che meno il colera. Da quella mattina, ogni mattina, la mia colazione è stata lì, il problema era che dovevo cercare di accontentare tutti e quindi vai di fette di torta, una più buona e pastrugnata dell’altra!
Q
uello è il mio Brasile, la mia San Paolo, la mia Interlagos. E allora, direte voi? E allora quella multa di 25.000 euro sarebbe bello se la FIA e la F1 avessero deciso di donarla in beneficenza alla Fondazione Ayrton Senna, per quei bambini, per quelle famiglie. Quella F1 che corre accanto a quella realtà, da sempre, sbattendole in faccia i suoi miliardi, i suoi sponsor, le liti da pollaio. Appena fuori c’è chi cerca di venderti una fetta di torta e un caffè, con un sorriso che non sai da che parte riesca a tirar fuori. Certo, poi c’è anche chi ti aspetta per rapinarti, pronto a tutto per un anello o un orologio tarocchi. Ma gli si può dar torto? Se la F1 dimentica Ayrton Senna, figuriamoci se si accorge di loro… E chissà quanto avrebbe urlato lui, altro che per il dolore fisico al termine della gara che ricordiamo tutti! Sì, sarebbe bello se quei 25.000 euro andassero alla Fondazione e non a rimpinguare le casse strabordanti di FIA e F1. Ma lo so da sempre, sono un’eterna illusa…
Barbara Premoli




