Apre al MAUTO il 2 aprile (e sarà visitabile fino a domenica 11 ottobre) la mostra I Nemici del Drake. Enzo Ferrari e le scuderie inglesi a cura di Carlo Cavicchi e Mario Donnini con Maurizio Cilli. Attraverso una selezione di 23 vetture iconiche – 22 monoposto di Formula 1 e la mitica Mini Morris – la mostra, sviluppata sugli oltre 2000 mq dello spazio espositivo al piano terra, racconta una stagione di sperimentazione tecnica e libertà formale, tra rischi estremi, forti rivalità e decise identità visive che hanno disegnato nuovi immaginari culturali. Un universo di tecnologia, stile e spirito pionieristico, in cui le monoposto diventano simboli di una rivoluzione industriale e culturale capace di ridefinire l’immaginario del mondo delle corse.
Enzo Ferrari li chiamava, con un po’ di supponenza, “i garagisti”: erano le squadre inglesi che – tra gli anni 60 e 80 – misero in discussione il dominio della Ferrari, fino ad allora protagonista incontrastata della Formula 1. Con strutture leggere, telai rivoluzionari e una straordinaria rapidità di sperimentazione, questi team indipendenti trasformarono piccoli atelier tecnici in avversari temibili, capaci di battere Maranello in pista e cambiare per sempre gli equilibri del campionato. Una rivoluzione, quella inglese, che attraversava la musica, la moda, la fotografia e il cinema, definendo un periodo di straordinaria vivacità e ottimismo, caratterizzato da un’esplosione di creatività: un’energia travolgente che la mostra restituisce con forza, trasformando l’allestimento in un racconto immersivo capace di rendere tangibile lo spirito di un’epoca che ha cambiato per sempre non solo il linguaggio della velocità, ma l’immaginario collettivo.
Benedetto Camerana, Presidente MAUTO: “Il motorismo sportivo, la storia e la cultura delle competizioni sono temi centrali nella missione pubblica del MAUTO. Dopo la grande mostra Ayrton Senna Forever, dedicata nel 2024 a una grande stella dello sport, portiamo i nostri visitatori in una straordinaria immersione storica nella Formula 1, con un inedito parallelo tra le opposte culture del motorismo sportivo italiano e anglosassone. Nuovamente guidati da Carlo Cavicchi, oggi con Mario Donnini e con lo sguardo di Maurizio Cilli, raccontiamo lo scontro di visioni tra Enzo Ferrari, simbolo del motorismo italiano, alfiere della tradizione, e la rivoluzione britannica che dagli anni ’60 impone nella Formula 1, e allo stesso Ferrari – provocatoriamente rinominato Drake dai team inglesi – un modello alternativo fondato su innovazione tecnica, motori “customer” e centralità dell’ingegneria. Questa rivalità epocale è aSiancata e stimolata dalla parallela rivoluzione culturale della Swinging London, che dall’incoronazione di Elisabetta II nel 1953 propone al mondo un nuovo lifestyle anticonformista, nella moda, nella musica, nelle arti visive. La mostra testimonia per il MAUTO il consolidamento del proprio posizionamento internazionale.
Attraverso il coinvolgimento di prestigiose istituzioni e collezionisti, il progetto ha attivato una rete di collaborazioni ampia, articolata e profondamente qualificata, che testimonia la fiducia e il riconoscimento di cui il Museo gode nel panorama culturale globale. Il patrocinio dell’Ambasciata britannica e del Ministero della Cultura sottolinea inoltre la rilevanza culturale e diplomatica dell’iniziativa, rafforzando il dialogo tra Italia e Regno Unito e confermando il ruolo del MAUTO come piattaforma generativa di relazioni strutturate e durature. In questo contesto, la mostra non solo racconta una stagione straordinaria della Formula 1, ma restituisce anche il più ampio respiro della rivoluzione culturale britannica: quella stessa energia che, tra innovazione tecnica, libertà progettuale e fermento creativo, ha attraversato la società inglese influenzando musica, design e immaginario collettivo. Un dialogo tra ingegneria e cultura che il Museo interpreta e valorizza come parte integrante della propria missione”.
Le vetture esposte: una rivoluzione tecnologica e progettuale
Dalla svolta epocale della Ferrari 246 e della Cooper T51, alla maturazione tecnica rappresentata dalla Ferrari 156 fino all’affermazione del nuovo corso con Brabham BT20 e Cooper T81-Maserati, passando per l’innovazione radicale di Lotus 72, Lotus 56B e March 701, e per l’apice tecnico rappresentato da Tyrrell 005, McLaren M23 e Shadow DN1; una stagione di sperimentazione senza precedenti che trova espressione nelle visionarie March 761, March 2-4-0, Surtees TS19 e Brabham BT45, fino all’evoluzione verso nuove filosofie progettuali con Theodore TR1, Arrows A2 e Williams FW07, per arrivare alle soluzioni più estreme e controverse della Lotus 88B e alla potenza dell’era turbo incarnata dalla Brabham BMW BT54. Il percorso chiude idealmente con la modernità della McLaren MP4/5 e con la svolta tecnologica introdotta dalla Ferrari 640, che segna a suo modo la resa di Ferrari che la farà progettare in Inghilterra.
In esposizione anche 28 caschi, 4 tute – indossate rispettivamente da Jim Clark nel 1965, da Jackie Stewart e da Vittorio Brambilla nel 1972 e da Riccardo Patrese nel 1978 -, i programmi delle gare – uno per anno dal 1958 al 1988, ognuno dei quali arriva da un Gran Premio diLerente nei 5 continenti – e il motore Ford Cosworth DFV, definito “una rivoluzione con le candele accese”: progettato nel 1967 da Keith Duckworth e Mike Costin con il sostegno lungimirante della Ford Motor Company, debuttò sulla Lotus 49 voluta da Colin Chapman.
In un racconto che attraversa tre decenni di rivoluzione tecnica e culturale, le vetture – espressione quasi totale dell’ingegno britannico, con le sole eccezioni firmate Ferrari – testimoniano come il Regno Unito sia stato il motore di una trasformazione capace di cambiare per sempre la Formula 1 e influenzare l’intera industria automobilistica mondiale.
Carlo Cavicchi, curatore della mostra: “Sbucavano dal nulla assemblando le loro monoposto in maniera anticonvenzionale, dando un calcio alla tradizione delle vetture con i musi lunghissimi e praticamente niente dietro. Nascevano in locali striminziti, con mezzi economici ridotti, poche maestranze, niente catene di montaggio da alimentare e neppure vetture stradali, ferme nei piazzali, da vendere. Peggio ancora: non progettavano nemmeno il motore, ma ne prendevano uno sul mercato, possibilmente quello più funzionale e dal costo accessibile, poco importava se fosse lo stesso dei diretti rivali. Ferrari li chiamava con fastidio “garagisti”. Loro replicavano appellandolo “Drake” da Francis Drake il famoso pirata, un vero e proprio mito ma con una esistenza individuale inconsistente dal punto di vista umano: senza affetti, senza figli, senza veri amici. Scaramucce verbali e scontri al calor bianco”.
Mario Donnini, curatore della mostra: “In trent’anni di corse, dal 1958 al 1988, esplode una guerra planetaria tra il patriarca delle corse Enzo Ferrari che punta tutto sui cavalli del motore, e un gruppo di piccoli costruttori inglesi, i quali sopperiscono alla mancanza di potenza dei loro propulsori con una creatività prodigiosa, furba e a tratti spregiudicata, una sintesi da Leonardo da Vinci, Diabolik e James Bond. Lottando col Drake, gli inglesi, da lui definiti semplici garagisti, si superano sciorinando 4 ruote motrici, turbine, monoscocche, motori portanti, ali immense, minigonne, martinetti, eSetto suolo, doppi telai e quant’altro, scrivendo la leggenda della Formula 1. Un’epopea fino a oggi impalpabile e rimpianta, ma, grazie a questa mostra, finalmente catturata e cristallizzata in un contesto spettacolare, che ne restituisce anche il magnetismo culturale: un sostrato così imbevuto di Swninging London, di rivoluzioni psichedeliche e di colori e calori rimpianti, che per una volta ritornano. In una mostra-evento che, come la Cometa di Halley, meraviglia e passa una volta nella vita”.
L’allestimento restituisce il contesto culturale e sociale della Gran Bretagna del tempo, quello della Swinging London: un periodo di straordinaria vivacità e ottimismo, caratterizzato da un’esplosione di creatività nella musica, nella moda, nella fotografia, nel cinema e, naturalmente, nello sport. Con l’obiettivo di restituire l’atmosfera di un’epoca, la mostra intreccia la storia dell’automobilismo con quella delle sue icone, attraversando le tendenze culturali e stilistiche del tempo e raccontandole in specifiche sezioni. Non mancano i primi esperimenti di ripresa televisiva con le rudimentali camera-car e il ruolo delle donne nei circuiti – quando l’accesso al paddock era ancora loro precluso – rappresentano ulteriori spunti di approfondimento, svelando come la passione per la velocità fosse lo specchio di un mondo in rapido cambiamento.
Maurizio Cilli, curatore della mostra: “La rivoluzione culturale britannica degli anni 50 e 70 non ha un centro preciso, non ha un manifesto. Nasce da un’urgenza, un’energia collettiva e caotica — dall’errore che diventa stile. In quegli anni l’Inghilterra è stata per il resto del mondo un modello di fascinazione irresistibile: il luogo in cui la cultura popolare si trasformava in linguaggio universale. Il mio saggio per il catalogo segue questa traiettoria: imprevedibile, irriproducibile, sempre in fuga da sé stessa, dal silenzio cerimoniale dell’incoronazione di Elisabetta II fino al fragore delle rivolte di Brixton, attraverso la musica, i corpi, le immagini e le strade di Londra. TOO FAST TO LIVE TOO YOUNG TO DIE, e anche il titolo dell’installazione video realizzata insieme a Gabriele Piana, il tentativo di restituire quella stessa irrequietezza nel presente: un organismo visivo generativo che rielabora found footage e filmati d’archivio senza mai ripetersi, governato da un programma che produce ogni volta un’esperienza visiva diversa.”
Completa l’esposizione una selezione di 34 fotografie di Rainer W. Schlegelmilch, noto come “RWS”, considerato uno dei più grandi fotografi della Formula 1. Le sue immagini sono celebri per la straordinaria qualità e per l’intensità emotiva che riescono a trasmettere. L’attenzione per l’inquadratura, la sensibilità alla luce e la capacità di cogliere l’istante decisivo fanno di Schlegelmilch un maestro assoluto, capace di trasformare la velocità, la tensione e il rischio delle corse in un racconto.
credit foto Bin Jia, Rainer W. Schlegelmilch e Giorgio Perottino




































