nel ’74 sarebbe arrivato quello con la McLaren. A questa sbornia di F1, capace di scatenare sulle tribune di Interlagos un tifo calcistico (e parliamo di calcio brasiliano, quindi di massimo livello), seguì l’onda infinita della passione per altri due piloti con passaporto verde-oro: Nelson Piquet, prima, e quindi Ayrton Senna. Campioni, va detto per inciso, il cui destino è stato allacciato a Pirelli. Piquet con i pneumatici P Zero conquistò il suo ultimo successo in F1®: Canada 1991 con la Benetton. Senna con Pirelli debuttò nel mondiale, al volante della Toleman 1984.
Fittipaldi, Piquet, Senna: per oltre 20 anni hanno assicurato al Circus il ritmo irripetibile di un samba a 300 all’ora. Samba vincente: in tutto i tre sommano 78 GP vinti e otto titoli iridati conquistati. E questo nell’arco delle 20 stagioni di Mondiale fra il 1972 e il ’91, come dire che il palmarés verde-oro ha presidiato quasi il 50% di quel periodo irripetibile e massimamente emotivo, fino al tragico 1 maggio 1994 che ha spento la vita di Ayrton e chiuso l’epoca del Brasile imprendibile nelle corse. Oggi, invece, il Brasile dei Gran Premi va sotto i nomi di Felipe Massa e di Felipe Nasr. Profilo più basso che in passato. Soprattutto il GP Brasile 2016, che per Massa è stato l’ultimo dato il ritiro annunciato per fine stagione.
Ed eccoci a Massa. Riflettere oggi sul peso del suo ritiro significa parlare dei 250 GP che avrà sommato a fine stagione, quando si ritirerà come settimo pilota più attivo di sempre, preceduto nell’ordine dal super stakanovista Rubens Barrichello (altro brasiliano, e qui ci starebbe una storia a parte), e quindi da Michael Schumacher, Jenson Button, Fernando Alonso, Riccardo Patrese e Jarno Trulli. Poi non vanno dimenticate le sue 11 vittorie in gara, condensate nel triennio d’oro con la Ferrari. Quindi bisogna soffermarsi su uno sliding doors con lui particolarmente cattivo, perché in quel 2008 già menzionato avrebbe potuto laurearsi campione del mondo (e quindi dare tutt’altro peso all’epopea brasiliana) senza due-episodi-due che decisero di lasciarlo a piedi sulla via di un mondiale quell’anno assolutamente alla sua portata.
Di quel 2008, infatti, Massa porta sulla pelle ben sei delle sue 11 vittorie iridate. Cinque condensate in poco più di metà stagione: fra il Bahrein ad aprile e il Belgio a inizio settembre. Era, quella, la Ferrari migliore dell’epoca post-Schumacher. Una Rossa capace di nascere competitiva e di svilupparsi seguendo il ritmo folle imposto dallo sviluppo tecnico richiesto da una stagione iridata. Poi venne Singapore. Prima gara sul circuito cittadino della città-stato asiatica bardata a festa e piena di luce per il primo GP in notturna della storia dei Gran Premi. E Massa, perfetto: pole position e inizio gara all’arrembaggio, cioè al comando. Fino a quel pit-stop: uno dei più sfortunati della storia Ferrari, ma probabilmente dell’intera F1. Impossibile dimenticare quel tubo del rifornimento rimasto agganciato alla Ferrari dopo il pit-stop. E Felipe, ignaro, via! Ripartito, poi bloccato in fretta e furia a fine della corsia box visto che da quel tubo stracciato e penzolante dalla Ferrari come una lunga coda sprizzava carburante, con tutti i rischi che un pericolo del genere può comportare in una corsia box affollata di monoposto con parti meccaniche a centinaia di gradi di temperatura. Finì tutto bene: nessuno prese fuoco. Ma le speranze di vittoria o comunque di punti preziosi per il povero Massa congelarono istantaneamente.
La seconda delle sliding doors perfide di quel 2008 arrivò all’ultima gara: GP del Brasile, gara di casa per Felipe in odore di titolo. E infatti quel GP Massa lo vinse da dominatore. Peccato che una pioggia improvvisa, uno di quegli scrosci brutali che sanno trasformare Interlagos in un toboga alluvionato e pericolosissimo, vide accadere di tutto alle sue spalle. Dietro Massa, ben staccati, arrivarono Alonso, Raikkonen e Vettel. A seguirli, Timo Glock con la sua Toyota. Un duo, il Glock-Toyota, improvvisamente e incredibilmente nei guai sulla salita bagnatissima della conclusione dell’ultimo giro. La monoposto bianco-rossa, irrimediabilmente annaspante sulla salita finale verso l’ultimo traguardo, consentì alla McLaren di Hamilton che era alle sue spalle un recupero prodigioso fino al sorpasso-beffa a poche centinaia di metri dal traguardo. Non un sorpasso qualsiasi: quel quinto posto valse all’attuale tri-campione del mondo il quinto posto in gara equivalente allo stiracchiato punto di vantaggio a garanzia del titolo iridato. Di quegli ultimi istanti di gara, restano nella memoria collettiva gli occhi sgranati del padre di Felipe, Luìs Antonio, ubriaco di gioia alla vittoria del figlio e quindi del titolo iridato conquistato. Pochi secondi di paradiso: poi l’inferno di quell’Hamilton promosso da sesto a quinto in gara. E quindi campione del mondo.
E poi arriviamo all’oggi, anzi allo scorso weekend, alla grande attesa ed emozione di Felipe per l’ultima gara davanti al suo pubblico, che purtroppo non è andata come avrebbe voluto. Un’altra delusione, un altro pianto, altra rabbia. Ma anche il tributo più grande che – crediamo – un pilota che lascia la Formula 1 possa avere: quando nel giro 47 è stato tradito dall’aquaplaning, sceso dalla sua Williams ha preso la bandiera del Brasile e ha percorso tutto il tratto fino alla pitlane, acclamato dagli spettatori in tribuna. Ma il tributo più grande è stato l’applauso e l’abbraccio di tutti i team. Più di un ultimo giro d’onore a Interlagos. Sembra solo ieri il suo debutto in Australia 2002 con la Sauber, sono passati 249 GP, 16 pole, 41 podii, 11 vittorie, 1122 punti e quel famoso miglior piazzamento in Campionato, il 2° posto del 2008. Ed è un gran peccato che Felipe lasci la Formula 1…
Redazione MotoriNoLimits
Some moments transcend even the most intense of battles… #ObrigadoFelipe #F1 #Legend @MassaFelipe19
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— MERCEDES AMG F1 (@MercedesAMGF1) 14 novembre 2016

































