anos Rodriguez precipitarono il Messico nell’amore smisurato per le corse. Il loro era istinto puro: questione di geni, forse, dato loro padre era un motociclista acrobatico.
Il Circus si disamorò della sede messicana e seguirono quindici anni senza GP. Quando il Mondiale fece ritorno a Mexico City era il 1986 e si era in piena epoca turbo. Monoposto da un migliaio di cavalli in qualifica mettevano in scena alcune delle gare più grintose di sempre.
Il tema di prove e qualifiche, quell’anno, era stato il consumo elevato dei pneumatici. L’asfalto molto abrasivo e irregolare minacciava strategie complesse. L’ingegner Turchetti della Pirelli, interrogato al via su quanti pit-stop sarebbe stati necessari per i pneumatici italiani, se la cavò con un curioso ‘Svariati’… La gara, invece, decise per qualcosa di molto diverso. I pneumatici soffrivano, sì: ma quelli della Goodyear. Senna con la Lotus, Mansell e Piquet con la Williams, Prost con la McLaren: tutti iniziarono una serie di soste ai box. Berger, invece, guidava sicuro la sua multicolore Benetton e ai box non ci andò proprio. Le sue Pirelli durarono tanto da consentirgli di non effettuare neanche una sosta, regalando a lui e al team la prima vittoria di due carriere che sarebbero state lunghe e di grande successo.
Di quegli ultimi giri della Benetton ormai imprendibile resta il ricordo di una pista resa ormai una discarica di sacchetti di plastica e di ogni possibile rifiuto: il vento non aveva smesso per un giro di soffiare sulla gara. Sul podio il giovane Berger sorrideva a qualcosa che non avrebbe mai immaginato; a cui probabilmente non riusciva a credere. Non poteva sapere che a migliaia di chilometri di distanza, accorciati dal segnale video della TV in diretta, un certo Enzo Ferrari aveva seguito la sua gara curva dopo curva, sorpasso dopo sorpasso. E deciso, proprio quel giorno, di portare il giovane austriaco a Maranello, dove Gerhard arrivò pochi mesi più tardi.
















